Un sistema d’accumulo non permette solo di sostituire la maggior quantità possibile di elettricità acquistata dalla rete con quella “gratuita” del FV, ma consente anche di ridurre la potenza contrattuale impegnata e la relativa spesa. Un’analisi su quanto si possa risparmiare con queste due funzioni dello storage.

Aggiungere un sistema d’accumulo ad un impianto fotovoltaico, al momento attuale, porta vantaggi all’utente in due modi diversi.

La batteria, infatti, da una parte permette di massimizzare l’autoconsumo da FV, cioè di sostituire la maggior quantità possibile di elettricità acquistata dalla rete con l’energia “gratuita” del solare; dall’altra consente di limare i picchi di prelievo, dando la possibilità di ridurre la potenza contrattuale impegnata e, dunque, la relativa spesa.

Per avere un’idea di quanto possa essere conveniente dotarsi di un impianto di storage (a prescindere dalla questione fondamentale dei costi, ancora relativamente alti ma in rapido calo) è interessante capire quanto ciascuna delle due funzioni riesca a fare risparmiare.

In nostro aiuto arriva una recente analisi realizzata da RSE e Anie Energia e contenuta nell’ultima edizione del Libro Bianco sui sistemi d’accumulo.

Quanto si risparmia

Partiamo direttamente dalla conclusione: per un utente residenziale, usando la batteria esclusivamente per massimizzare l’autoconsumo il risparmio arriva nel migliore dei casi (si veda sotto) a circa 140 euro l’anno.

Utilizzando l’accumulo solo per ridurre la potenza contrattuale (fare peak curtailment) il risparmio arriva a 33 euro l’anno, permettendo a chi ha un contratto da 3 kW di farsene bastare uno da 1,5 kW.

“Un compromesso tra le due funzionalità è ovviamente possibile”, spiegano gli autori e questa considerazione porta a valutare il limite massimo di risparmio per il tipo di utenti considerati pari a circa 173€/anno.

L’analisi

L’analisi è stata condotta su di un campione di 396 utenti domestici sparsi sul territorio italiano.

A ciascuna utenza è stato abbinato il profilo di produzione FV della specifica zona geografica.

Si è assunto che l’impianto fotovoltaico non sia incentivato e si è valutato l’effetto sulla spesa annuale complessiva della presenza di un sistema di accumulo elettrochimico di differenti taglie: 2, 4,5 e 7 kWh.

Massimizzare l’autoconsumo

Partendo dal campione descritto sopra, lo studio, come anticipato, prova a stimare il risparmio annuo ottenibile aggiungendo un sistema di accumulo ad un impianto FV, appunto, per massimizzare l’autoconsumo.

I risultati dell’analisi sono riassunti nel grafico sotto:

Come si nota, nel caso migliore – utente con consumo maggiore di 4.440 kWh/anno e 7 kWh di accumulo – si otterrebbe un risparmio annuo pari a circa 140 euro l’anno.

Un risparmio che secondo gli autori dell’analisi, che non si occupa dei costi delle batterie (né del FV), “non giustificherebbe da solo l’investimento necessario a dotare l’utente del sistema necessario.”

La riduzione della potenza contrattualmente impegnata

Per valutare quanto un sistema di accumulo permetta di diminuire la potenza impegnata, gli analisti di RSE e Anie hanno elaborato i dati sui profili di consumo del campione in modo da avere una visione della potenza massima realmente impegnata dagli utenti nei vari momenti.

Si è poi calcolato quanto un impianto fotovoltaico da 3 kW e un sistema d’accumulo di diverse taglie potrebbero modificare le curve di prelievo.

Rimandando alla presentazione integrale per i dettagli, emerge quanto sintetizzato dai grafici qui sotto:

Con il fotovoltaico i casi di sforamento della soglia degli 1,5 kW si riducono del 40% circa, ma è solo con un sistema d’accumulo abbinato al FV che è possibile quasi annullare sia il numero che la durata dei superamenti della soglia di 1,5 kW.

Rispetto alla baseline, infatti, il numero di superamenti della soglia di 1,5 kW può essere ridotto fino al 99,5% usando una batteria da 7 kWh e del 98,5% con una da 2 kWh.

Un mix di usi

Quest’ultima simulazione, va precisato, presuppone che si programmi lo storage in modo da scaricarsi solo quando il prelievo elettrico supera la soglia di potenza impostata: probabilmente uno spreco, visti i costi attuali delle batterie, se si considera che il risparmio ottenibile, dimezzando la potenza contrattuale impegnata da 3 a 1,5 kW, si ferma a 33 euro l’anno.

Meglio sarebbe, far convivere le due funzionalità – riduzione della potenza contrattuale impegnata e massimizzazione dell’autoconsumo – in questo modo, come anticipato, secondo lo studio il risparmio per il tipo di utenti considerati salirebbe fino ad un massimo di 173 euro l’anno.

Un’opportunità economicamente interessante è però un uso “multiplo” ancora più esteso delle batterie, che, oltre ad accumulare energia e ridurre la potenza impegnata, possono fornire servizi di rete e, in forma aggregata, partecipare al Mercato dei Servizi di Dispacciamento (MSD).

La gestione coordinata di uno stormo di batterie, collocate presso altrettanti utenti, ad opera di un aggregatore, in un “sistema di accumulo virtuale” di taglia maggiore, in grado di offrire servizi alla rete, secondo il Libro Bianco, infatti “potrebbe assicurare un ragionevole utile all’aggregatore, ma soprattutto contribuirebbe al recupero dell’investimento fatto da ciascun utente per l’acquisto del sistema di accumulo, in una misura variabile fra il 20 e il 60%” nella vita utile della batteria.

A questo punto la batteria diventa conveniente. E la prospettiva di configurazioni del genere, già diffuse in diversi Paesi tra cui la Germania, è tutt’altro che lontana.

La riforma del MSD che consentirà anche agli aggregati di accumuli di parteciparvi è in arrivo (si parla di maggio-giugno).

 

fonte:http://www.qualenergia.it/

 

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